A partire degli anni novanta, gli stati dell’Unione europea hanno adottato dei dispositivi legislativi, amministrativi e politici per installare dei campi destinati ad accogliere, controllare ed organizzare il flusso di migranti. Parallelamente, alla politica europea dei visti, gli accordi di riammissione e l’agenzia Frontex hanno cominciato ad avere un peso importante nelle relazioni con gli stati confinanti, permettendo così lo sviluppo di azioni per lottare contro l’immigrazione “clandestina”. Il numero dei luoghi in cui i migranti vengono raggruppati aumenta sempre di più.

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Ogni anno, migliaia di migranti restano isolati – per ore, giorni o addirittura mesi – nei cosiddetti “campi di confinamento”. Alcuni di questi luoghi rimangono spesso sconosciuti dalle autorità statali e dalla società civile. Inoltre, non sono regolati da alcuna legge. Le violazioni dei diritti umani rischiano, dunque, d’essere frequenti e gli abusi sono molte volte estremi. Queste pratiche sono raramente soggette a condanne da parte della giustizia.

I campi sono spesso ricavati dall’allestimento di locali provvisori in cui le autorità responsabili non rispettano le regole dettate dalle convenzioni dell’Unione europea e, soprattutto, internazionali, in termini di rispetto dei diritti umani. Tra le strutture utilizzate a questo scopo, vi sono edifici amministrativi inizialmente allestiti per altri obiettivi: commissariati di polizia, caserme militari, stadi, vecchi parcheggi o, addirittura, prigioni inutilizzate, ma la lista non finisce qui. A questi luoghi destinati al “confinamento”, si aggiungono i “micro spazi” utilizzati temporaneamente dalle compagnie di trasporto: locali (aero)portuari, cabine destinate al trasporto delle merci, camion o autobus.

Le condizioni materiali in cui i migranti vivono sono davvero preoccupanti. Il più delle volte, si ritrovano in una sorta di carcere in cui non possono ricevere visite e in cui non è possibile contattare persone esterne. Alcuni stati come la Germania, la Svizzera, o Cipro hanno ricorso direttamente alle carceri. E’ così facendo che viene veicolata un’immagine negativa dei migranti: questi vengono assimilati a dei criminali, nonostante questi non abbiano infranto alcuna regola. Aldilà delle condizioni materiali, la mancanza d’informazione da parte dei migranti sui loro diritti e la difficoltà d’accesso agli aiuti giuridici o all’assistenza medica non fanno che peggiorare la situazione. La maggior parte delle volte, questi luoghi sono inaccessibili ai giornalisti ed alla società civile, oppure la scoperta di questi campi di confinamento avviene per caso grazie a qualche testimonianza o in seguito a delle inchieste. Buona parte di essi, inoltre, si trova in regioni di difficile accesso, ad esempio in zone desertiche della Libia o dell’Algeria, in zone montagnose come la regione Van in Turchia o ancora in zone di confine, controllate dalle forze armate.

Ciò che è importante comprendere è che attraverso il confinamento degli stranieri nei campi viene praticata una politica migratoria di repressione sia dagli stati europei che dai paesi limitrofi. I governi degli stati membri dell’Unione europea dovrebbero, invece, cessare di controllare l’arrivo degli stranieri, evitando di rinchiuderli in questi luoghi e di privare le persone di vivere degnamente, accendendo ai propri diritti. Si dovrebbe promuovere, al contrario, il diritto fondamentale alla libera circolazione.

Arianna TOMASELLO

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